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Visual Culture / Cultura visiva
Rein Wolfs, Director, Migros Museum, Zurich


Design e arte convergono a formare una cultura visiva

Errore! L'origine riferimento non Ë stata trovata.
Fino a qualche tempo fa i confini tra arte e design erano chiaramente segnati. Prescindendo da "eccessi" pi˜ o meno significativi dei moderni (De Stijl, Bauhaus), essi si potevano definire chiaramente: il design serve alla vita e l'arte a se stessa. E' tempo per una presa d'atto dell'avvicinamento.

Vuoti si riempiono

Le distanze si sono accorciate. I designer manifestano ambizioni artistiche. Intanto utilizzano nuovi contenitori per portare i loro progetti tra la gente. Si organizzano mostre in musei d'arte, cataloghi e monografie personali e canali di distribuzione di tipo galleristico. Tutti segnali che i confini si dissolvono, che i designer si avvicinano all'arte. I grafici si comportano pi˜ "artisticamente" di tutti. Talvolta i loro studi appaiono pi˜ creativi degli spazi vuoti, spogli, che richiamano un clima un po' suicida, propri degli artisti - anche se oggi gli artisti con studio sono giý quasi un'eccezione. I grafici si appropriano spesso con zelo di categorie artistiche come il trash e la subcultura dato che ciÚ che Ë sovversivo si commercializza bene da un punto di vista tecnico pubblicitario.
Oso un'ipotesi: i designer cercano di riempire, con un certo ritardo, quegli spazi creativi che l'arte di concetto degli anni settanta si era lasciata alle spalle. Qualche volta perÚ dimenticano che la loro attivitý Ë una prestazione di lavoro: la seduta confortevole di una sedia, la leggibilitý di un manifesto o la funzionalitý di una bottiglia, non sono pi˜ ciÚ che conta. Lo statuto del design viene sacrificato ad una superiore creativitý o ad una presunta estetica, mentre l'arte scade in anti-estetica o si avvicina al design.

La famiglia delle arti visive

In Olanda Ë in corso una discussione assai attuale sulla cultura dell'immagine: per quanto tempo l'arte avrý ancora bisogno di libertý se le manifestazioni visive dei diversi segmenti si avvicinano tanto? Ad esempio, oggi non c'Ë bisogno di un museo della cultura visiva, piuttosto che di un "White Cube" dell'arte attuale? Ma esiste davvero la nuova cultura dell'immagine in cui arte e design si fondono? Pensando a Zurigo vien proprio da crederlo. L'ex quartiere industriale ha potuto cambiar pelle con paurosa rapiditý per diventare una specie di comunitý residenziale di protagonisti delle arti visive. L–wenbrau-vernissage, "feste nel cortile interno di Pfingstweid-6", serate alla Substrat Lounge e Skim.com-Launches, richiamano ogni volta lo stesso pubblico. I visual players si affratellano nella (sub)cultura.
Nel progetto di mostra e fiera di 4 giorni, "submeet" (aprile 2000, migros museum), abbiamo aperto a questi protagonisti delle arti visive una piazza del mercato. "Submeet" Ë stato quasi un incontro al vertice della cultura visiva nel significato pi˜ ampio. Qualche partecipante (Ping Pong, Sportsmen Club, N2) esponeva i propri marchi come arte e accanto presentava i propri prodotti. Per il pubblico era di gran lunga pi˜ popolare non la mostra bensÏ il centro commerciale integrato con il set da campeggio di Hertha, i tessuti di Beige, i quadernetti di Norm, le borse Skim.com, e l'abbonamento ai calzini di Blacksocks.

Arte tra servizio ed esperienza

E l'arte? Al pi˜ dopo "Skultur Projekte" (progetti scultura) del 1997 a M¸nster, l'arte Ë diventata prestazione di lavoro. L'arte Ë diventata offerta. Ha rinunciato alla sua autoreferenzialitý e si Ë resa accattivante agli osservatori. Artisti come Rirkrit Tiravanija o Tobias Rehberger ma anche Atelier van Lieshout o L/B hanno presentato lavori con carattere pratico . L'osservatore puÚ entrare in relazione con l'offerta con relativa facilitý e immergersi nei diversi mondi di esperienze artistiche. Gli anni Duemila diventano il decennio di una "experience economy", laddove gli anni Ottanta furono improntati dalla "service economy" e i Novanta dalla "lifestyle economy", mi Ë capitato recentemente di sentir dire. Questa affermazione dimostra che la cultura di oggi si riscopre di nuovo in un quadro fortemente orientato all'azione. L'arte non vuol continuare ad essere solo forma esteriore, autoreferente e in tal modo autocompiacente. Non Ë pi˜ solo per essere vista, bensÏ viene utilizzata in primo luogo come contenitore di diverse attivitý. Questo spazio d'azione si puÚ chiamare, in modo semi scientifico, anche spazio performativo. Non Ë un caso che torni in gioco il concetto di performance. Una forma d'arte che Ë nata negli anni Sessanta e Settanta e si Ë rivitalizzata nei tardi anni Novanta; adesso perÚ non pi˜ solo come manifestazione artistica separata, connaturata alla corporeitý o sperimentale, ma prima di tutto in istallazioni e spazi psicologici paradigmatici che integrano esigenze sociali. L'arte performativa attuale genera casi modello che mirano a ridefinire il nostro atteggiamento verso la realtý.

Atmosfera e gentilezza

"Anything goes", ecco il motto dei postmoderni. Se riferita all'arte, questa espressione Ë usata soprattutto in un contesto negativo. Nel design, per quanto ne so, essa ha in ogni caso un significato positivo. Oggi perÚ la compresenza di diverse correnti stilistiche Ë vista in modo pi˜ positivo anche nell'arte. Quello che Ë successo a "anything goes" successe anche al concetto a lungo proibito di "atmosfera". Adesso anche l'arte puÚ occuparsene e le mostre possono essere concepite per creare una atmosfera - frattanto pochi comprendono che i contenuti pi˜ profondi sono comunque clichÈ. Quando i grandi contenuti universali sono difficili da definire, puÚ risultare utile un approccio intuitivo. Alla fine l'arte, come l'impresa artistica, lavora con strategie simili a quelle usate ad esempio da Orange-Werbedesign. Ovvero come i clubs che con il design di atmosfera (ad es. Rohsto...ager HP 11/2000) cercano di schiudere direttamente il piano del sentimento.
Succede allora qualcosa di strano: mentre l'arte apre la sua banda di comunicazione ad una emozionalitý intuitiva prima assente, si trasforma in istanza di conciliazione e si allontana ancor di pi˜ dalla posizione della critica. Le opere d'arte possono a volte avvicinare "amichevolmente", perfino positivamente. Uno sviluppo eretico per i sessantottini inveterati.

La cultura visiva

L'arte Ë spinta sempre pi˜ verso la vita e si serve di diverse espressioni visive. Ad esempio., la spagnola Alicia Framis, con cui il Museo Migros ha realizzato un progetto di mostra e un progetto "sociale", si basa sull'architettura e il design come importanti vettori dello spazio vitale. Nel suo progetto "loneliness in the city" (autunno 2000) ha invitato architetti e designer a un workshop per sviluppare strategie contro la solitudine urbana. Le sue istallazioni museali erano edifici architettonici con possibilitý di fruizione, comprese componenti "di design". Framis nella sua arte mira a nuove forme di vita e lega le sue opere in un dispositivo performativo. Non vi Ë da stupirsi se in tal modo deve fuoriuscire dai ristretti confini dell'arte nella direzione della quotidianitý costituita.
L'arte che voglia essere pi˜ vicina alla realtý deve confrontarsi con la forma della quotidianitý e di conseguenza approda automaticamente al design. Se l'Atelier van Lieshout vuol costruire il proprio utopico stato libero, deve conformare effettivamente spazi, mobili e apparecchi. Se Rirkrit Tiravanija crea situazioni quasi reali, usa il design. Se L/B vuol imprimersi nel mondo (dell'arte) come un marchio a fuoco, senza design non puÚ andare molto lontano.
L'arte Ë un modo di dare forma sebbene non sia di per sÈ forma. L'arte non Ë un design del mondo. Semmai Ë una metafora del mondo, una stilizzazione di situazioni reali che fa prova della propria esistenza accanto al mondo reale.
Il design Ë un modo di dare forma al di lý del puro arredamento del mondo, comprende anche esigenze psicologizzanti di strutturazione dello spazio e a volte preferisce le soluzioni creative a quelle funzionali.
Negli ultimi decenni l'arte ha lasciato dietro di sÈ grandi vuoti creativi, anche formativi, a volte perfino riflettenti, perciÚ si aprono per il design nuove possibilitý. Ci si avvicina, e tuttavia rimane decisamente qualcosa di diverso, puÚ completarsi e come "cultura visiva" creare una nuova era culturale, in parte in modo antagonista, ma in parte anche in modo collaborativo.

Design and art converge and form a visible culture

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Until quite recently the borders between art and design were clearly defined. Setting aside certain modern "excess" of varying significance (De Stijl, Bauhaus), these borders were easily drawn: design was in service of life and art in service of itself. The time has come for a re-assessment.

Empty space becomes filled

The distances have become shortened. Designers have begun to manifest artistic ambitions. Already they use new contexts to present their projects to the public. Exhibitions are organised in art galleries, with catalogues, personal monographs and distribution channels similar to those of the art gallery. These are all signs that the borders are dissolving, that designers are drawing closer to art. The graphic artist perhaps more "artistically" so than any other. At times their studios appear more creative than the artists whose empty spaces, so naked, seem to be underlined by suicidal undertones - even if today an artist with a studio is a rarity. These graphic artists apply themselves with zest to artistic categories such as trash and subculture given that that which is subversive is easily commercialised by targeted publicity skills.
I would like to hazard a hypothesis: today designers are seeking to fill, with a certain delay, the space which the conceptual art of the seventies has left behind it. Occasionally though they forget that their form of expression is in fact linked to a working process: the comfort of a chair, the readability of an instruction book or the practicality of a bottle are no longer the only conditions that count. The ethos of design is sacrificed to superior creativity or presumed aesthetic, whilst art either decays into the anti aesthetic or draws closer to the world of design.

The visible art family

In Holland there is a very pertinent discussion on the culture of the image: for how much longer will art need lack of constraint if the visible manifestations of differing segments overlap and borrow? Today for example is there any need for a museum of visible culture, rather than a "White Cube" of contemporary art? Does there really exist an a new culture of the image where art and design become one? Considering what is happening in Zurich one is tempted to think there is. the ex-industrial quarter has managed to change its skin with frightening speed to become a sort of residential quarter for the practitioners of the visible arts.
Lowenbrau-vernissage, "a party in the courtyard of Pfingstweid-6", evenings at the Substrat Louge and Skim.com-Launches, each time draw the same public. The visual players network together in the (sub) culture.
In the planned four day long exhibition and fair, "submeet" (april2000, migros museum), we have opened to these practitioners of the visible arts a market place.

"Submeet" has been almost a meeting at the high point of visible culture in the largest sense of the word. Some of the participants (Ping Pong, Sportsmen Club, N2) exhibited their own brands as art and besides them presented their products. For the public what proved infinitely more popular was not the exhibition itself but the commercial centre set up with the camping equipment by Hertha, materials by Beige, note books by Norm, bags by Skim.com, and subscriptions to socks of blacksocks.

Art between service and experience

And the art? Notably after "Skultur Projekte" (sculpture projects) at Munster in 1997, art has become a work performance. Art has become an offer. It has renounced its auto-referenciality and has made itself attractive to the observer. Artists like Rirkrit Tiravaija or Tobias Rehberger but even the Studio van Lieshout or L/B have developed works of a practical nature. The observer can enter into a relationship with the offer relatively easily and immerse themselves in the varying worlds of artistic experience. The years following 2000 are to be those of an "experience economy", just as the eighties were the "service economy" and the nineties the "Lifestyle economy", is what I heard said recently.