News

Interveniamo cambiando i nostri 'occhiali'
di Stefano Boeri


Pag.2, 190 Kb Ingrandimento

Pag.3, 170 Kb Ingrandimento

Io credo che ci siano due punti di incontro tra architettura e arte contemporanea, nonchè tra urbanistica e arte contemporanea. Il primo è un punto di incontro oggettivo e congiunturale, chiaramente visibile ormai, che deriva dall'esistenza di una reciproca attenzione. Voglio dire che ci si incontra sempre più spesso su un terreno comune, costituito per l'appunto dallo spazio della città. Su questo terreno i "gesti" delle reciproche discipline hanno teso a rassomigliarsi negli ultimi anni. Mi spiego meglio. Da un lato c'è un'attenzione sempre crescente da parte di molti artisti verso lo spazio urbano, intendendo quest'ultimo come "scena", come luogo degli eventi e delle molteplicità dei codici e dei significati dove il lavoro dell'artista diventa, per certi versi più difficile, per altri più inserito in un sistema complesso di significazioni, di attese, di valori simbolici. Diventa, in poche parole, più ricco, lavorando come reagente a un sistema di codici molto più vasto rispetto a quello che si ha nella galleria, nel museo o, comunque, nello spazio interno.

Quindi, da una parte vi è una forte tendenza della "public art", così come di altre espressioni dell'arte contemporanea, ad entrare nello "spazio pubblico", a usare il suolo delle città e a lavorare sulla percezione urbana. In poche parole a inserirsi nello spazio urbano. D'altro canto l'architettura recente si è avvicinata a questo terreno comune, non nel senso assai ovvio dell'utilizzo dello spazio pubblico urbano, bensì perchè negli ultimi anni si sono intensificate le esperienze di "temporaneità" dell'architettura all'interno dello spazio urbano. Mi riferisco, ad esempio, alla forma dell'installazione, che è tipica della produzione artistica attuale e che è stata vieppiù acquisita o mutuata anche nel campo dell'architettura. Oggi si può veramente dire che gli allestimenti temporanei negli spazi urbani sono una delle caratteristiche dell'architettura contemporanea, le cui più recenti espressioni sono spesso legate a spazi per eventi collettivi, ludici o ricreativi, oppure connessi a spazi dedicati al consumo e al commercio. Comunque lo si voglia porre, è indubbio che, sintetizzando, lo spazio della città è oggi il luogo d'incontro tra un'arte che cerca nello spazio pubblico una molteplicità di codici e una situazione di complessità che può rendere più efficace il suo intervento e un'architettura che in quello stesso spazio si trova ad usare alcuni "atteggiamenti" (ad esempio quello dell'installazione temporanea) che sono tipici dell'arte.

Quella che ho appena descritta è una situazione evidenziata da una serie di opere "ibride" che mi troverei in difficoltà a definire arte o architettura. Si può veramente dire, in questo senso, che le due ultime biennali, quella di Szeemann e quella di Fuksas, siano la "messa in scena" dell'incontro oggettivo tra questi due diversi interessi. Questo che finora ho delineato è però un livello di incontro. Ma vi è un altro livello che io trovo essere molto più interessante anche se più circoscritto. » quello che definirei "una riflessione sulla nuova condizione urbana". Quello che mi interessa maggiormente, non è sperimentare nuove procedure installative o osservare gli ultimi interventi dell'arte contemporanea nella città, bensì capire come l'architettura e l'arte possano insieme lavorare sull'idea di un diverso modo di essere della città, di percepirla e di abitarla. E questo perchè siamo in una fase di transizione, importante nella dimensione stessa della città. Intendendo con ciò non solo la sua misura ma anche la sua natura.

Oggi la città non è più un perimetro geometrico, non è più qualcosa che possiamo memorizzare ricorrendo a forme compiute e circoscritte. La città oggi è l'essere dentro una spazialità continua che incontriamo percorrendo amplissime porzioni del territorio. Il ciclo spazio-temporale di vita quotidiana ha ormai investito e reso urbani territori che una volta erano, da un punto di vista strettamente geografico, esterni, altro dalla città. Questa estensione della condizione urbana è qualcosa che rimette in discussione la relazione tra il nostro corpo e lo spazio urbano, così come il nostro modo di dare un senso di "interno", di "intimo" alla città rispetto al suo esterno. » qualcosa che intacca veramente alle radici una serie di categorie che avevamo costruito sulla idea di città: il rapporto centro-periferia, quello tra città e campagna e tra spazio pubblico e spazio privato. Queste sono ormai posizioni sgretolate, per certi versi. Allora il punto è questo. Per capire questa nuova dimensione urbana, questa urbanità di cui siamo parte integrante dobbiamo lavorare e intervenire cambiando i nostri "occhiali". Infatti quelli che avevamo usati per vedere la città storica e quella moderna oggi non funzionano più. Queste perchè non funzionano più le carte dall'alto, le mappe non sono in grado di dirci cos'è e com'è la nuova città. Allora penso che l'arte contemporanea stia producendo, in alcuni casi, delle opere di grande interesse da questo punto di vista.

Alcuni artisti sono stati capaci di mostrare la nuova dimensione urbana ricorrendo a tecniche visive di rappresentazione che non sono quelle dell'architettura ma risultano molto efficaci. Temi come quello del rispecchiamento, della ripetizione e della presenza del corpo nello spazio urbano diventano centrali in alcune esperienze dell'arte contemporanea. In questo senso Documenta X è stata esemplare nel mostrarceli. Ritengo, veramente, che questi modi di vedere "eclettici", a-sistematici, siano molto importanti per chi si occupa di architettura e di urbanistica. E, comunque, questo secondo terreno è così ricco di angolature diverse e di eccentricità di interventi da costruire il terreno di incontro della contemporaneità.

Purtroppo anche figure che, per caratteristiche intrinseche, hanno potenzialmente i caratteri dell'antagonismo si adeguano a questa condizione. Tra questi, forse nella loro maggioranza, gli artisti che si muovono nel quotidiano, magari presunto o totalmente costruito. Anche loro, come i turisti, ricercano esperienze, muovendosi ma non appartenendo a nessun luogo del loro peregrinare. Anche loro, come i turisti, spesso vogliono immergersi nelle "stranezze" e nelle "bizzarrie" senza esserne minimamente intaccati. Il mondo che percorrono è quello del quotidiano e del sociale. I loro rifugi ostentano tanto la "stranezza" quanto ben segnalate uscite di sicurezza. Il "bizzarro" si mitiga sempre, si addomestica, di certo non spaventa. Come nel migliore programma turistico, gli shock fanno parte del pacchetto come la sicurezza. Eccitazione, divertimento e compiacimento sono l'obiettivo, magari mascherato da orrori in cartapesta e da sensazioni forti, che alla fine fa in modo che il mondo ci risulti sempre gentile, obbediente ai desideri. Il sociale e la quotidianità, ovvero il mondo delle loro escursioni, risulta sempre strutturato in base ai criteri dell'estetizzazione. In questo non riescono ad essere mai vagabondi. Non immettono mai la durezza e la rigidità di realtà e approcci che si sottraggono naturalmente al modellamento estetico. E questo perchè non hanno la condizione di senzatetto, anzi hanno una casa dove potersi togliere la finta armatura, disfare le valigie e sedersi in comodi divani a raccontaree le proprie avventure a quattro amici, anche loro turisti.

Oppure, come il giocatore, anche un altro prototipo di artista contemporaneo si costruisce, inserendovisi, una realtà soffice e elusiva dove importa soltanto quanto bene uno gioca la propria mano. Naturalmente, anche qui, un ambito che ingloba come elemento costitutivo il "colpo di fortuna", sempre che le carte o le borse siano a favore. Per loro tutto il mondo è un giocatore con cui confrontarsi in un terreno ove non vi siano leggi o mancanze di leggi, nè ordine nè caos. Solo mosse. Il tempo si parcellizza in "partite". Il gioco esclude la ribellione: se si rifiutano le convenzioni, semplicemente ci si ritira. Ma le partite continuano. Anche qui, come in quelli delle case dei turisti, i muri del gioco interdicono ogni accesso. Sono impenetrabili. Là attutiscono i rumori esterni sotto forma di ricordi, qui li disarticolano come non appartenenti al gioco. Ogni partita ha un inizio e una fine e poichè lo scopo è vincere non sono ammesse pietà, compassione o collaborazione. Ma il paradosso è dietro l'angolo. Entrambi, il turista o il giocatore, così come i loro alter ego nell'arte contemporanea, rivendicano il culto dell'intimità interpersonale. Ma, tanto una tendenza "adiaforizzante" quanto una imitazione, orientata solo esteticamente, dell'impulso morale privo di assunzione di responsabilità per gli altri e il culto dell'intimità interpersonale non sono in contraddizione. Infatti, come ha notato Christopher Lasch "il culto dei rapporti personali... nasconde un disincanto completo nei confronti dei rapporti personali, così come il culto della sensualità implica il ripudio della sensualità in tutte le sue forme, a parte quelle primitive".