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Attenzione alla rimessa in scena degli ismi
conversazione tra Stefano Casciani e Roberto Lucca Taroni


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Roberto Lucca Taroni: Mi sembra che si possa ritenere centrale, in questo momento, il cambiamento di orizzonte intervenuto sullo sfondo del crocevia delle arti. Nel senso che, non solo il periodo caratterizzato da ossessioni funzionaliste, e identificabili in Bill o Munari, è passato, anzi trapassato, ma anche il tessuto connettivo delle produzioni e dei consumi su cui si innestavano le esperienze di artisti e designer è cambiato radicalmente. Intendo riferirmi a questo passaggio epocale da "indefessi approvvigionatori di beni" a meri " corpi dediti al consumo" o, nel migliore dei casi, a "ricercatori di sensazioni". Figure emblematiche dei nostri anni sono, non a caso, quelle del "turista" e del "giocatore", se della lotteria o di borsa, poco importa. Intendo dire che si sono venute a formare le premesse per la creazione sia di concetti che di percetti nuovi e per i quali il valore di riferimento non è più la stabilità, bensì l'instabilità. All'interno di questo panorama, sono diventate centrali la pìratica e la teoria del riciclaggio. Non mi riferisco solo ai materiali ma anche alle idee e alle situazioni. Emblemi di questi ultimi anni sono, non a caso, le videocassette e il floppy, due mezzi all'insegna del riuso possibile.

Stefano Casciani: Riguardo a quanto stai dicendo bisogna rammentare che riciclaggio deriva da ciclo e il ciclo è un circolo. Che esista il riciclo è un'aggiunta. E' qualcosa che si ripete e ritorna sempre su sè stessa. E il fatto postmoderna alla presa d'atto che esistono fenomeni circolari che una volta si chiamavano gli stili, poi le mode, e così via. Allora, come si diceva, esistono due aspetti: il riciclaggio della materia e quello delle idee. A me sembra che in vari campi, da quello artistico a quello architettonico o progettuale, questi cicli sono sempre più accellerati. Evidentemente con scarsa "memoria", per usare un altro termine ridefinito dall'ambito tecnologico e informatico. Se si può fare una equazione, grande capacità di riciclaggio ma veramente scarsa memoria. Chi possiede un minimo di memoria storica non può che accorgersi che quello che vede oggi come anche 10 anni fa è un fenomeno di riuso delle idee. Più o meno casuale, più o meno progettato. Mendini, ad esempio, lo ha voluto e progettato negli anni '80. Oggi il problema che più mi interessa è quello della forma, del linguaggio formale che comunque ruota intorno a quello delle avanguardie degli anni '20 e '30. I lavori di Zaha Hadid, piuttosto che di Hani Rashid, rappresentano una grande ri-messa-in-scena teatrale a scala reale dei tanti disegni e progetti, realizzati e non, dei vari ismi. Quello che trovo preoccupante è che queste potenzialità tecnologiche date dall'informatica, da queste memorie caratterizzate più da dati quantitativi che da altri qualitativi, pare che non diano vantaggi al di là del riciclaggio. Bisogna prenderne atto.

Roberto Lucca Taroni: Quello che dici può comportare alcune preoccupanti ripercussioni. Dando per accettabile una definizione di cervello come di organo con la funzione di elaborare il passato in vista della vita presente. E ciò da Bergson in poi. Ma nel momento in cui si incrina, o meglio si abbatte, il ponte creato tra questi due poli, viene a decadere parte dell'agitazione intorno al problema della forma, in contesti culturali l'atto "noetico" di intervento nel e sul presente. Si pensa un tempo già pensato in uno spazio non ancora pensato. E' un pensiero spuntato, quasi un non-pensiero.

Stefano Casciani: Quello che può apparire in contraddizione con questo è che in un momento di grande agitazione intorno al problema della forma, in contesti culturali che tendono velocissimamente a recuperare un ritardo di anni, emerge un dato nuovo rispetto a fatti come l'architettura: un audience allargato. In questo caso la teoria del riciclo assume caratteri trionfanti. Ma la dicotomia che si viene a creare Ë quella tra un'attitudine che definirei neoclassica e un'altra che porta all'uso esoterico.

(stralci da una conversazione svoltasi nel mese di settembre 2000 nella sede della rivista Domus)